Working class hero
Mentre la classe operaia va in paradiso attraverso l’inferno delle acciaierie, proseguono le trattative per l’acquisto delle macchine enologiche. Per chi non lo sapesse l’Italia è la maggiore produttrice al mondo di macchine enologiche, è uno di quei settori in cui la piccola e media impresa nostrana ha dato il meglio di sè contribuendo a migliorare le caratteristiche qualitative dei vini su scala mondiale. Molte di queste macchine sono realizzate da artigiani e officine meccaniche collocate in un ipotetico quadrilatero che ricongiunge Bassa Padana, Romagna, Val D’Elsa Toscana e Basso Veneto. Siccome il sottoscritto è un pochettino pignolo sui dettagli delle descrizioni fatte nei siti internet di queste aziende, si è preso la briga di incontare questi artigiani direttamente nei loro luoghi di lavoro. E’ stata un’esperienza da viaggio nella macchina del tempo, sono finito dentro delle officine meccaniche in cui ho incontrato della gente veramente straordinaria. Personaggi in estinzione direi, tra l’altro tutti in età abbastanza avanzata (a testimonianza di come certi lavori in Italia non li voglia più fare nessuno), con una disponibilità e modi di fare che mi hanno lasciato commosso. Non parliamo poi del livello di qualità del lavoro prodotto da queste persone, macchine di altissima precisione, realizzate con materiali studiati per durare nel tempo, non cartoci elettronici destinati a durare qualche anno per poi essere buttati nella monnezza. Questi meccanici in età da pensione oltre essere dei veri miti per me sono dei modelli da cui trarre spunti per capire la risposta all’invasione indo-cinese che a mio parere ci metterà KO nel giro di una decina di anni. Non è certo il prezzo di produzione più basso, non è certo il tempo di realizzazione più breve e forse neanche l’inutile sofisticazione elettronica di certe macchine, ma bensì il livello di specializzazione e qualità che può essere frutto solo di lenta esperienza, ricerca, creatività che ci differenzi e ci riporti appunto all’essenza artigiana e certosina del nostro lavoro. Rompe i coglioni entrare nel tessuto del proprio paese e vedere questo potenziale di risorse per poi dover assistere al rivoltante teatro politico in cui le cose che contano sono sempre altre. Indigna pensare che in un paese civile, per guadagnarsi un pezzo di pane, 4 operai sono rimasti arsi vivi, e sono solo gli ultimi di una lista senza fine, è il segno di un paese fuori controllo e in preda alla disperazione. E non c’è soluzione: stanno a fare e rifare i loro partitini, oppure fanno il lifting, censurano, disinformano, strumentalizzano…..
Mentre ingoi la tua minestra sorge un punto di domanda grosso quanto una montagna: ma in che cazzo di paese sono finito?


