The Cryonic Chants – Canti e poemi oggettivi, tratti da un impassibile animale

Spettacolo troppo sperimentale per le mie umili meningi.
Prima di poter scrivere dello spettacolo visto ieri sera al Duse, devo far sedimentare per un bel pò di giorni. Il pubblico “abituèe” del Duse ne è uscito sconvolto e i commenti nei locali circostanti il teatro erano da stracciarsi dalle risate.
Affido dunque la recensione all’esterno (R.Palazzi):
“Non è esagerato affermare che la Socìetas Raffaello Sanzio sia in questo momento uno dei pochi gruppi teatrali al mondo che sappiano interpretare la natura del teatro in un modo così radicale da sospingere davvero lo spettatore in territori sconosciuti, da trascinarlo, da precipitarlo in zone oscure dell’intelletto, portandolo dolcemente e violentemente oltre i confini di tutto ciò che crede di conoscere: il che vuol dire oltre le barriere dei significati, oltre i limiti delle emozioni quotidiane, oltre le percezioni stesse del suo sistema nervoso, oltre quelli che siamo soliti considerare i territori codificati dell’umano.
Soltanto un gruppo teatrale segnato oggi da una sorta di nero stato di grazia poteva concepire il progetto di esplorare, di inventare dalle sue origini più segrete l’idea di un’espressione artistica che provenga direttamente da un animale: anzi, che sgorghi come un flusso fisiologico dal centro stesso del suo essere, costringendoci a confrontarci con quello che per la nostra mente è in assoluto uno dei misteri più invalicabili, quello dell’alienità, dell’estraneità totale rispetto a ciò che siamo: un concetto che può passare per zone buie della realtà, e schiuderci al tempo stesso un’oscura e del tutto pagana intuizione del divino.
Alla base della partitura che Chiara Guidi ha elaborato per The Cryonic Chants c’è l’animale la cui sorte più strettamente si intreccia con quella del teatro, il capro, vittima sacrificale dei riti da cui deriva la tragedia greca. Di quale testo, se ne avesse modo, egli potrebbe farsi autore? Per rispondere all’interrogativo, la Guidi ha attinto al nucleo stesso della vita d’un giovane esemplare maschio, le proteine che regolano le funzioni della crescita delle corna o della riproduzione: ne ha trasposto le sequenze in codici alfabetici, riportandoli su tre tappeti bianchi. Pascolando su di essi, il capro ha indicato col muso i caratteri scelti, e questi hanno formato la sua inconsapevole e per noi inaccessibile creazione.
Su questi suoni privi di nessi logici – ma non di una remota forza poetica – il compositore americano Scott Gibbons ha costruito la musica altrettanto aspra, dissonante ma piena di concretezza che ha scandito l’intensissimo spettacolo-concerto proposto al Festival di Santarcangelo. Le quattro figure femminili vestite di nero che intonavano i canti ne hanno tratto un cerimoniale tanto enigmatico quanto incalzante, che pareva venire da una lontananza fuori dal tempo: con le loro voci, con gli strani passi di danza ispirati forse alle movenze del capro ci guidavano in altre epoche o in altri mondi possibili, dov’erano sovvertite consolidate norme estetiche. ”
da FGP 29/01/2006 Un commento


















Beato te che puoi andare a teatro io sono distrutta dagli esami…