Chent’annos de solitudine
Quando finisci di leggere l’ultimo libro di Marcello Fois hai la sensazione di rimanere incollato allo schermo mentre scorrono i titoli di coda. Io sono certo  che “Stirpe” quasi sicuramente sarà trasposto visivamente, l’unica cosa è che sarebbe un film il cui budget non sarebbe cosa di poco conto.  Solo il ricostruire  in successione la Nuoro fine  ottocento e poi quella anni ‘20 e infine anni ‘40  significherebbe che domattina  dovrei telefonare a J. Cameron e complimentarmi con lui per l’andamento di “Avatar” e poi chiedergli se può, ma solo se veramente può, anticiparmi qualche milione di dollari per un certo film da realizzare in Sardegna. Se la risposta è positiva telefono subito a Ermanno Olmi (mi dispiace per Mereu, ma le scene da girare durante il primo e secondo conflitto mondiale non sono pappa per i suoi denti) e allo stesso Marcello Fois. Io mi occupo solo del casting: le facce devono essere esattamente come quelle che ho visto nel libro altrimenti si rischia il flop, invece noi  dobbiamo realizzare un film da sparare in 6 puntate la domenica sera  e che polverizza le minestrine fiction del “Don Matteo” e del “Nonno Libero“.
Sarà Michele Angelo Chironi a emozionare la Sardegna intera e i ceti celtici del Nord Italia:
“…..Ed ecco la piegatura, che e’ un’atto d’amore, perchè devi sedurre il metallo, devi convincerlo, figlio, che l’affidarsi  a te significherà per lui trovare la perfezione. Perchè nella piegatura non c’è sempre resa, ma, qualche volta, evoluzione. Tu adesso puoi giurare che mai ti piegherai, eppure ti dico che dovrai farlo, perchè se non saprai farlo su te stesso, non saprai farlo sulla barra incandescente.
Sarai triste. Sentirai addosso il peso dell’Universo come se fossi il solo a reggerlo. Ti sentirai schiacciato dalle responsabilità , eppure dalla sapienza con cui saprai imparare a volgere in bene questo male potrai dichiararti uomo. In officina la chiamiamo compressione, che vuol dire addolorare il metallo  per addensarlo, come minacciarlo per ridurlo alla giusta compattezza. E vuol dire imparare a subire per fortificarsi, accettare le domande senza temere le risposte, concepire le vittorie anche attraverso le sconfitte.
Ti sentirai solo, quando il colpo in più o in meno trasformerà un gesto nel tuo gesto. Eppure solo attraverso quella solitudine sarai in grado di sperimentare nella tua carne  la forza del sentire, del percepire, del presentire. Sentirai la pressione di immagini ricalcate  a matita su carta carbone, con le quali dovrai fare i conti. Un’altro nome della compressione è, infatti, la ricalcatura. Per dire che come il metallo anche il tuo corpo non è nient’altro che l’espressione di un concetto ribadito per sempre. Per sempre.
Tu ricalchi me nel colore, e tuo fratello, tua madre. Tu ricalchi lei nel carattere e tuo fratello me. Per sempre. …..”












